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Quale destino per la scuola italiana?

Un commento all’indagine TALIS dell’OCSE.

I risultati dell’indagine comparativa OCSE pubblicati negli ultimi giorni rappresentano la scuola
italiana in grave difficoltà in rapporto ai dati medi dei paesi membri: “costi elevati e istruzione
scadente” recitano i titoli delle prime pagine. Troppi insegnanti e troppo vecchi. Classi troppo poco
numerose. Cattiva condotta degli studenti. Basse performance.
Questo quadro, che dovrebbe preoccupare chiunque è interessato alla scuola, condurlo a un serio
esame delle cause e a progettare azioni di progresso a medio-lungo termine, sembra invece essere
fonte di soddisfazione per il Ministro Gelmini che, senza approfondire né cause né conseguenze, si
serve dei dati per autoavverare la sua profezia sulla decadenza della scuola pubblica e sul futuro
radioso della scuola privata.
La prima cosa da notare è che i dati vanno riportati correttamente per poter essere correttamente
interpretati, cosa che non è avvenuta nel comunicato stampa del MIUR, e ciò è indice di una grave
scorrettezza. Quando si manipolano le informazioni si ingenera confusione che porta ad errate
conclusioni, che poi vengono diffuse senza contraddittorio. In tal modo si dipinge un quadro della
realtà che non è veritiero.
Detto questo, non c’è dubbio che la scuola statale italiana si trovi in difficoltà; quello che sconcerta
è l’immediata associazione di idee con la scuola privata, a riprova del fatto che quest’ultima debba,
nelle intenzioni del Ministro, essere finanziata col denaro pubblico sottratto a una scuola statale
agonizzante.
Se vediamo per esempio il rapporto insegnanti ogni 100 studenti (9,1 in Italia rispetto al 7,5 della
media europea), si invocano subito i rimedi per l’esubero del personale docente: tagli per milioni di
Euro in posti di lavoro.
Naturalmente restano in ombra dati che riguardano solo l’Italia, che però sono indispensabili per
una corretta interpretazione delle cifre: nei ruoli dello Stato sono conteggiati oltre 13.000 insegnanti
di Religione Cattolica, materia facoltativa, i quali tra l’altro non saranno per nulla toccati dalla scure
governativa. Inoltre nelle scuole italiane ci sono alunni disabili con cui operano migliaia di
insegnanti di sostegno, i cui stipendi negli altri paesi sono nel bilancio di un altro Ministero.
Prendiamo ancora l’età avanzata degli insegnanti: la ragione è che, di fronte all’esaurimento delle
graduatorie nel 1999, per supplire alla carenza di assunzioni nella pubblica amministrazione negli
ultimi dieci anni si è preferito assumere insegnanti precari, di conseguenza nei ruoli si trovano
quelli assunti in precedenza.
Altri dati vengono sottaciuti, anche se incidono pesantemente sui risultati dell’apprendimento, sono
quelli riguardanti l’aumento del carico burocratico degli insegnanti italiani e la cronica mancanza di
risorse in cui si sono trovati a operare in molte regioni, e non ultima la difficoltà di gestire classi
sempre più indisciplinate senza strumenti autoritativi.
E questi sono i risultati di anni di riforme miopi e sconsiderate che hanno investito la scuola
italiana, soprattutto la primaria, ad opera dei governi che l’hanno amministrata.
Qualcuno ha detto che nessun governo ha trattato gli insegnanti come sono stati trattati da quello
attuale. Non ci si preoccupa né di rimuovere le cosiddette “mele marce” (che possono trovarsi in
tutti i settori e a tutti i livelli anche nella pubblica amministrazione), né di dare adeguato
riconoscimento a coloro che invece hanno bene operato. Non ci si pone nemmeno il problema di
distinguerli con adeguati criteri di merito, anzi, non li si vuole distinguere, ma si vuole denigrare la
categoria nel suo complesso, scatenando contro di essa una campagna mediatica di diffamazione e
di esautoramento senza precedenti. Ci si dimentica o si vuole ignorare che questi insegnanti, troppi
e troppo vecchi, sono quelli che hanno fatto della scuola italiana, in particolare primaria, il fiore
all’occhiello del nostro Paese, fino a dieci anni fa. Sono quelli che hanno elaborato una tradizione
pedagogica che tutto il mondo ci invidia ed emula, sono quelli che si spendono quotidianamente per
dare accoglienza e integrazione ai figli degli immigrati, che operano con la cultura per compensare
gli aumentati squilibri sociali, che spesso e volentieri si sostituiscono alle famiglie in crisi nei
compiti educativi che spetterebbero loro, che si spendono per insegnare la legalità, il rispetto
dell’ambiente, i doveri di cittadinanza e di convivenza civile, i diritti umani.
È utile spendere qualche breve considerazione sulla “libertà di educazione”, espressione che
facilmente può essere strumentalizzata, e sulla proposta di dare un bonus alle famiglie che mandano
i figli alle scuole private.
Primo, la libertà di educazione di cui parla la Costituzione è quella per enti e privati di aprire scuole
e istituti. La libertà delle famiglie di mandare i figli nelle scuole che preferiscono non è in
discussione. Naturalmente però si tratta, come per tutte le libertà, di una libertà relativa,
commisurata alle proprie possibilità. Se qualcuno ha la volontà e la possibilità di mandare i figli alle
private, può farlo senza impedimenti.
Secondo, ogni libertà deve essere esercitata senza detrimento o danno dei diritti e delle libertà altrui.
Perché mai la libertà di alcuni cittadini di mandare i figli alle private dovrebbe essere esercitata
anche a spese di coloro che scelgono di mandarli alle scuole statali? Tale sarebbe infatti il caso dei
“bonus” che lo Stato darebbe alle famiglie delle scuole private, prelevandoli dalle contribuzioni
pubbliche e sottraendoli alla scuola statale.
Terzo, ci sono alcuni diritti fondamentali, condizioni per la “libertà di educazione”, che vanno
garantiti a priori. Pensiamo al diritto di avere una casa in cui abitare e decidere di avere dei figli, e
poi al diritto di avere un lavoro per allevarli ed educarli. Una volta che tutti i cittadini hanno
garantito l’accesso ai beni primari, allora si può anche pensare al bonus, ma per tutti gli studenti,
quelli delle scuole private e quelli delle scuole statali.
È chiaro invece che ci troviamo di fronte all’intento ormai conclamato di favorire sempre di più la
privatizzazione dell’offerta formativa, riservando alla scuola pubblica una funzione del tutto
marginale che, come afferma un’associazione dei consumatori “prospetta uno scenario in cui il
diritto all’istruzione non è più considerato universale, ma sarà riservato ai pochi che se lo potranno
permettere, a danno soprattutto delle famiglie meno abbienti”.
Che fisionomia avrà la scuola frequentata dai figli della popolazione più povera, i figli degli
immigrati, dei disoccupati, gli alunni disabili o con difficoltà, i figli di coloro che non possono o
non vogliono mandarli alle private? Avranno le stesse opportunità formative dei “privati”? La
domanda è retorica e la risposta scontata.
Sapremo a questo punto promuovere il bene del paese, o si cercherà di arraffare il più possibile
della “preda” per i propri privati interessi?
Siamo in grado di valutare appieno il danno che il Paese subirà, in termini di diritti, di libertà, di
coscienza, di civiltà, nel momento in cui si smantella la scuola statale pubblica per dare in appalto
l’istruzione ai privati, che avranno scuole più numerose e di maggiore eccellenza nella misura in cui
hanno più potere economico e mediatico? Per quanto ci riguarda, come insegnanti evangelici siamo
grati e contenti della libertà che la nostra Costituzione concede a enti e privati di aprire scuole e
istituti di educazione, ma questo si deve fare con i contributi delle persone interessate, non a danno
e detrimento delle scuole pubbliche, bensì nel rispetto del dettato costituzionale, che recita
chiaramente e semplicemente: “senza oneri per lo Stato”.

Il Comitato Insegnanti Evangelici Italiani –  20 giugno 2009