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Una breccia nella scuola.

Fra le innumerevoli questioni ancora da sistemare all’avvio dell’anno scolastico, rincuora la notizia di un piccolo passo avanti nella scuola, per il rispetto della libertà di coscienza di coloro che la frequentano, famiglie, studenti e insegnanti.
Forse questo sarà l’ultimo atto di una vicenda che si protrae da decenni, se non da un secolo, oppure sarà necessario ancora ritornarci su, come ritiene chi scrive. Sta di fatto che non è più obbligatorio esporre il crocifisso nelle aule scolastiche. Lo stabilisce la Corte di Cassazione con la sentenza n.24414 del 9 settembre, la quale afferma che la classe “può accogliere la presenza del crocifisso quando la comunità scolastica interessata valuti e decida in autonomia di esporlo, eventualmente accompagnandolo con i simboli di altre confessioni presenti nella classe e in ogni caso ricercando un ragionevole accomodamento tra eventuali posizioni difformi”.
Senza entrare nel merito delle diverse vicende che si sono susseguite nel tempo, come insegnanti evangelici possiamo però riaffermare, come molte volte in passato, che l’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche, prevista da disposizioni regolamentari di due regi decreti del 1924 e del 1928, non è più coerente con i principi del rispetto della libertà di coscienza e di religione, affermati della Costituzione. Con questa ultima sentenza sembra che siano riconosciute le ragioni di genitori, insegnanti e studenti che nel corso degli anni si sono opposti all’esposizione del crocifisso, o quantomeno non si sono sentiti rappresentati e rispettati dalla “cultura” della maggioranza. Tuttavia, secondo la Cassazione, questi ultimi non possono sentirsi discriminati in caso contrario (cioè nel caso in cui il crocifisso sia esposto) ma la “comunità scolastica” dovrà addivenire a una mediazione che rispetti entrambe le posizioni.
Alcune osservazioni: manca, nelle motivazioni addotte dalla Cassazione, una dovuta attenzione, un richiamo forte alla specificità del contesto scolastico. Al di là delle convinzioni religiose e culturali degli uni e degli altri, c’è un interesse prioritario alla formazione di persone in via di sviluppo, affidate dalle famiglie alla scuola, e che hanno il diritto di essere tutelate nella loro identità fragile e sensibile. La scuola non può diventare il campo di battaglia di ideologie contrastanti, ma deve essere un ambiente aperto, sereno e accogliente. Deve istruire e formare, certo, ma non imprimendo convinzioni e modelli culturali che non fanno parte di un patrimonio condiviso da tutti i presenti.
Inoltre, il rinviare alla decisione della “comunità scolastica” l’esposizione del crocifisso, sembra un po’ passare la patata bollente… che cos’è la “comunità scolastica”? Le ipotesi sono: l’insieme di tutte le famiglie della classe, della scuola, l’insieme delle famiglie e dei docenti, aggiungiamo anche gli assistenti e gli ausiliari. e gli educatori che a vario titolo entrano per supportare particolari alunni… Oppure sono gli organi collegiali, con i rispettivi eletti dai consigli di classe, interclasse ecc.? Ammesso anche che si faccia ricorso alla più ampia consultazione possibile, con quale criterio bisogna poi decidere? Come si mediano due posizioni contrapposte? La scuola non è una comunità, ma sono molte comunità, molte famiglie, lingue, etnie, ruoli, posizioni diversissime e per niente riconducibili a unità. Alla fine, deciderà la maggioranza, con buona pace delle minoranze inascoltate?
Infine, ogni cristiano autentico dovrebbe inorridire a questa strumentalizzazione di un simbolo, per motivi politici e ideologici beceri e reazionari. Il Crocifisso vero non sta su quel pezzo di legno, piccolo o grande che sia, e non si presta ad alcun uso, per quanto ammantato di cultura esso voglia essere. Il vero Crocifisso è seduto vivente alla destra della Maestà, e non ha bisogno di essere appeso a un muro per essere ricordato, perché ha ogni potere in cielo e in terra. E nonostante ciò, Egli non si impone a nessuno, ma attira con legami d’amore. Detto questo, tuttavia, questa decisione della Cassazione può essere un’occasione unica, se la si sa cogliere, per aprire un confronto in ambito più allargato sulla scuola e sui diritti di ciascun alunno e studente a sentirsi accolto e riconosciuto nella sua specifica identità. Può essere una breccia attraverso la quale le famiglie possono far sentire la loro voce, tutte le famiglie, in un clima di mutuo ascolto e rispetto. Può essere il momento in cui il principio di laicità viene esercitato nella sua accezione migliore, quella di dialogo plurale franco e aperto, condotto sullo stesso piano del rispetto dovuto a ogni persona portatrice di una propria identità culturale e religiosa.


Lidia Goldoni per il Comitato Insegnanti Evangelici Italiani – 13 settembre 2021